L’illustre passato della Principessa Turandot

Proviene dal passato, la principessa, e da un passato ormai pressoché dimenticato. Tutti conoscono le Mille et une nuits, pochi, se non pochissimi, conoscono invece i Mille et un jours. Eppure entrambe le raccolte comparvero all’inizio del Settecento, in Francia, a poca distanza una dall’altra. Se la prima, proposta da Antoine Galland, porta le date 1704-1717, la seconda, proposta dal meno fortunato collega François Pétis de la Croix, quelle del 1710-1714. Quasi contemporanei. La seconda, però, i Mille et un jours, contiene un racconto che non si lascia contenere nei confini della sua epoca, l’Histoire du Prince Calaf et de la Princesse de la Chine.

La principessa crudele, scrive Marina Giaveri, giunge da lontano. “Prima che il francese educato di Pétis de la Croix lo disegnasse nelle pagine delle letterature occidentali, il suo volto disperante e incantevole era apparso nella narrativa in versi, nella lirica amorosa e sapienziale del mondo persiano, si era fatto racconto plurilingue lungo i percorsi dei mercanti e degli eserciti, si era affacciato nel teatro popolare e nella favolistica”.

E’ bella la principessa, deve esserlo, perché ce lo dice il suo nome: “Tūran-Dokht”, la fanciulla di Turan, la regione delle belle fanciulle, oggi il Turkestan cinese. Loro sono le rappresentanti dell’ideale di bellezza, fascinose, con pallidi volti arrotondati, occhi a mandorla e lisci capelli neri. Ma la loro bellezza conserva in segreto qualcosa di inquietante e pericoloso. Alla fine della storia non sapremo il suo nome, nessuna fanciulla così ambita e desiderata ha mai rivelato il suo nome. Nella tradizione letteraria conosciamo solo il nome del pretendente che supera la prova. Anche Nezāmi di Ganjè, il poeta persiano autore di Haft Peykar, Le sette effigi, non ci svela il nome della principessa. Di lei sappiamo che “vive in un paese di Russia”, in una città “bella come una sposa”, e che non solo è “seduttrice di cuori, incantatrice con lo sguardo, guancia rosata dalla statura di alto cipresso, ma “sapiente in ogni ramo della scienza”, ed esperta in malie. Più moderna dei moderni che l’hanno interpretata, Turandot si trasforma in simulacro prima ancora di arrivare sulla scena. La sua dimora, arroccata su un’alta montagna, oltre ad essere chiusa da una porta invisibile, è difesa da misteriosi “automi armati di spada” o talismani. Poi, fedele al proprio credo di simulacro, fa dipingere la propria immagine, invitando gli ammiratori a superare agguati mortali e “quesiti di sapienza”. Le prove sono tanto difficili da portare alla morte tutti quanti si affannano a conquistarla, che concludono la loro esistenza decapitati dai talismani. Ma uno di loro, “agile, gagliardo, bello, animoso” trova l’ingresso della dimora principesca e entra nel palazzo. Per farlo però segue un cammino rischioso. Si fa discepolo di un eremita “fascinatore di demoni, imparentato con gli angeli” e grazie a lui riesce ad ottenere i segreti per la sua salvezza. La principessa che non vuole le nozze, in verità cerca l’eletto. Colui che risponderà ai “quesiti di sapienza” sarà colui che ha seguito un percorso, che l’ha raggiunta. La principessa della Cina non vuole l’uomo qualunque, vuole l’esclusivo, come ogni principessa che si rispetti. Lo scambio di oggetti simbolici è ciò che ne consegue. La Belle dame sans merci, la bellissima signora spietata è colei che invita il suo corteggiatore ad un percorso di conoscenza.

L’arditezza dell’innamorato dunque non lascia indifferente la principessa, che inizia un raffinato gioco di seduzione, fatto di scambi di oggetti. All’inizio sono due perle, che il giovane restituisce aggiungendone altre tre, poi la ragazza impasta le perle con lo zucchero, e lui gliele rimanda intrise di latte. Tutto viene spiegato da lei, quel dialogo amoroso che iniziava con il senso della vita. La brevità dell’esistenza è infatti di solo due perle. Il dialogo segreto si conclude con la proposta amorosa. Il sofisticato intellettuale Nezāmi si limita alla sapienza e alla seduzione.

Ma perché la storia, raccontata da una delle sette narratrici-spose del re Bahrām, la fulva principessa di Slavonia, non ha avuto quiete e si è avviata per una storia sua? Narrata nella notte illuminata da bagliori rosseggianti, la fiaba che ha trasformato la fanciulla di Russia in Turandot, ha percorso i giorni del romanticismo, per portarci l’ardore con cui il giovane eroe affronta i pericoli per conquistare una donna di cui ha visto solo il ritratto. Di lei continuiamo a non sapere nulla, perché è l’uomo il soggetto della scena.

Nonostante il suo scopritore, François Pétis de la Croix, sostenga di lavorare alla raccolta dei Milles st un jours nei suoi momenti di loisir, anzi racconta che il suo è solo un lavoro di traduzione di un manoscritto del “celebre Derviscio Moclès” da lui incontrato a Ispahan nel 1675, il quale a sua volta aveva tradotto in persiano delle favole indiane, la fama della raccolta si sparse velocemente. “C’était le temps où les Arabes et les Persanes commençaient à écrire des Milles et une nuits, des Milles et un jours“, scrive Voltaire. Le traduzioni si diffondono, del Mille e un giorno esiste anche una traduzione italiana.

Ma è nella traduzione dal persiano al francese che arrivano diverse novità. L’intrigo è diverso. Il principe Calaf, costretto all’esilio, arriva in Cina con i genitori, e qui scopre il ritratto di colei che si chiama Turandocte. Se ne innamora e decide di affrontare la prova degli enigmi. Ne pone uno anche lui: “il nome mio nessun saprà”. Compare il personaggio della schiava innamorata, che ammalierà le riscritture successive. E lei, la principessa, colei che non vuole essere toccata da nessun uomo, acquista un tratto di carattere che non aveva prima: la crudeltà.

“Ah, cruelle! Vous ne respirez que le sang, et la mort des vos amants est un doux spectacle pour vous!”, le grida il padre, quando non vuole mantenere gli accordi con Calaf.

Da lì comincia il viaggio italiano di Turandot; con Gozzi prima e poi il viaggio tedesco con Schiller e Goethe. Infine il ritorno in Italia grazie alla traduzione di Maffei (che traduce il testo di Schiller), e da lì fino ad Adami e Simoni e con loro Puccini.

Puccini raccoglie la sfida della principessa del racconto persiano, quella delle origini del mito, e percorre lui stesso un cammino di conoscenza: la scommessa è quella di far capire al pubblico che la donna di ghiaccio, che non vuole essere toccata da nessun uomo è invece una donna che sa amare. Lui non ha altri mezzi se non la musica. Dentro alla musica avvia il suo percorso di conoscenza, e con sé ci porta…

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