Beethoven 2020

Beethoven si impose un modello di grandezza e di splendore cui fu fedele per la vita

Un Genio per l’Umanità

Il 2020 ci offre l’occasione di riflettere sulla figura di Beethoven nell’anno in cui si celebra il 250.° della sua nascita, che avvenne a Bonn nel dicembre del 1770. Da qualsiasi punto di vista si guardi la storia della musica, senza dubbio Beethoven è il musicista che maggiormente ha influenzato, accelerato, sovvertito le tradizioni della musica occidentale. In trent’anni di carriera il musicista, che aveva mosso i primi passi nel solco di Haydn e di Mozart, riuscì a raggiungere una raffinatezza di scrittura e una modernità di pensiero che nessuno dopo di lui riuscirà mai a raggiungere. In una parabola evolutiva straordinaria, Beethoven ha aperto la strada al mondo moderno, ha dettato i canoni della forma e li ha evoluti fino a sovvertirli. In tutti i generi musicali ha scritto capolavori, ha prodotto i grandi Totem della cultura musicale, i punti di riferimento per il mondo a venire.

Come scrive Thomas Mann, Beethoven fu il grande maestro dell’epoca profana della musica, nella quale quest’arte si era emancipata passando dal terreno del culto a quello della cultura.

Beethoven ha visto la musica come un campo di possibilità infinite, un mondo dove non era necessario avere la collaborazione della parola per esprimere i sentimenti, le urgenze, gli entusiasmi dell’uomo, dell’artista. Transitò la cultura musicale dal Settecento all’Ottocento, instaurando per l’artista nuove consuetudini, nuove esigenze, una nuova posizione sociale e finalmente una grande libertà.

La sua lucida spinta ad agire determinò la sostanza del suo essere. Le sue idee di fratellanza nella Nona sinfonia, di ribellione alla tirannia e di redenzione nell’amore nel Fidelio e la sovrana benevolenza di Dio nella Missa Solemnis, risuonano nella nostra cultura e fanno parte della nostra vita di tutti i giorni. Come i suoi altri due grandi compagni di genetliaco, il filosofo Hegel e il poeta Friedrich Hölderlin, nati entrambi nel 1770, Beethoven si impose un modello di grandezza e di splendore cui fu fedele per la vita, e pensò la musica in termini sinfonici. “Quando sento della musica, sento sempre musica sinfonica, se per caso scrivo musica vocale invariabilmente mi chiedo, ma si potrà cantare?”

Nonostante queste sue perplessità scrisse circa ottanta Lieder. Tra i più noti il ciclo composto nel 1816, <<An die ferne Geliebte>>, All’amata lontana, con quell’aggettivo fern che suona subito una definizione della sensibilità moderna. La stessa lontananza che risuona nelle Ricordanze di Giacomo Leopardi. Il mondo amoroso, sensuale, erotico del Settecento non esiste più. La Rivoluzione Francese ha davvero cambiato il modo di sentire, anche l’amore. La storicizzazione dell’individuo, che è una delle grandi eredità della Rivoluzione, ha cambiato il tempo interiore, e per sentire è necessaria una nuova visione: il ricordo, la memoria, Mnemosyne, scriveva Hölderlin

Infatti. “Denn vor Liebesklang entweichet/ Jeder Raum und jede Zeit”, recita il poeta nella prima lirica della ferne Geliebte. “Poiché di fronte al canto d’amore svaniscono lo spazio e il tempo”.

Colui che partecipa dello stesso sentire è un amico di Beethoven, un giovane poeta, Alois Isidor Jeitteles, studente di medicina e poeta dilettante amato da Beethoven che verosimilmente leggeva le sue poesie su varie riviste.  L’immortale amata è la donna del ricordo, la Diotima di Hölderlin, la Klärchen dell’Egmont di Goethe. Il protagonista è un giovane amante distante dalla sua bella innamorata. Tutto il paesaggio è pervaso dall’entusiasmo del giovane che vede rispecchiata la sua passione sui monti azzurri, nella valle, nel bosco, e la natura che vibra al ritmo del suo sentire viene incaricata del messaggio d’amore. La sua lunga dichiarazione d’amore si dipana nel sei Lieder, tutti inanellati da Beethoven in una musica che fluisce initerrotta. Il giovane innamorato festeggia begeistert il suo amore e vuole raggiungere il cuore dell’amata solo grazie alla forza delle sue parole. Teniamolo a mente, non è più un Minnesänger medievale, ma tende la mano al giovane Müller, il mugnaio della Bella Molinara schubertiana. In fondo li separano solo sette anni.

 

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